GRUGNITI PER LA LIBERAZIONE. ScrofeInRivolta per Liberazioni – Rivista di critica antispecista n. 43

ANTISPECISMO: UNA PAROLA, UN’UTOPIA DI LIBERAZIONE TOTALE

È capitato ad ognun* di noi: un giorno abbiamo guardato nel nostro piatto ed è scattato qualcosa. “Io non voglio essere complice di tutto questo, non più, non io”. A quel punto ci sono due strade, possiamo averle attraversate entrambe una dopo l’altra o possiamo essere rimast* arenat* alla prima.

Prima strada: il mondo si divide in buon* e cattiv*, noi eravamo cattiv*, ma da quando abbiamo ricevuto l’illuminazione davanti a quel piatto siamo diventat* buon*, e non solo genericamente buon*, ma i buon* per eccellenza, quell* che conducono lotte non per se stess*, ma per altr*: gli animali non umani. Spesso queste “lotte” si limitano a scegliere il seitan al posto del maiale rinominato “salsiccia”, ma tanto ci basta per sentirci persone che hanno qualcosa da insegnare al mondo.

Seconda strada: ci imbattiamo nella parola “antispecismo”. Era la parola che ci mancava. Siamo stat* antirazzist*, antisessist*, anti tante altre cose. Vediamo “antispecismo” e pensiamo che sia lo step successivo del quale avevamo bisogno. Una volta comprese le asimmetrie di potere che dominano i rapporti fra umani, non possiamo non arrivare a riconoscere quelli che dominano le relazioni tra le specie. Ma l’errore che tant* di noi fanno sta proprio qui: arrivare all’antispecismo solo dopo aver preso piena coscienza delle brutture che attraversano i rapporti tra umani e credere che per tutt* sia così, che chi si definisce antispecista non possa non aver già rifiutato in toto le oppressioni che alcuni umani mettono in atto nei confronti di altri umani.

L’AMARO RISVEGLIO: ANTISPECIST* OPPRESSORI, ANTIOPPRESSIONE SPECIST*

Qualcosa però distrugge il quadro idilliaco che si era già formato nella nostra testa: a un certo punto usciamo dalla nostra bolla virtuale e conosciamo sia le persone antispeciste sia quei gruppi di attivismo che di battono contro specifiche oppressioni umane.

Scopriamo che definirsi antispecist* troppo spesso non implica aver sentito il bisogno di estendere qualcosa che già desideravamo per gli umani ai non umani, significa “solo” aver provato angoscia di fronte alla messa a morte di tutte le specie diverse da quella umana. Riconoscendo che si tratta di un atto in sé sovversivo, ci chiediamo però come sia possibile che le stesse dinamiche non vengano riconosciute quando ad essere messe a morte sono le donne – una ogni 3 giorni in Italia – quando ad essere lasciat* morire in mezzo al mare è chi arriva in Italia da Paesi in guerra, in condizioni di miseria, in cui non esistono diritti umani, chi attraversa i confini di genere ed è per questo uccis*, picchiat*, pres* di mira. Come si può non riconoscere anche la propria complicità in tutto questo? Dovremmo guardare al telegiornale come abbiamo guardato a quel piatto e dire “io non voglio più essere complice di tutto questo, non più, non io”.

Sono consapevole che questa sia solo una parte del problema e mi affretto a dire che non vedo una situazione migliore in chi si occupa di oppressioni umane ed entra in contatto con un* antispecista. Quando il privilegio di specie viene riconosciuto, ed è già molto raro che accada, esso viene relegato in fondo alla lista, come qualcosa di poco conto, qualcosa di inevitabile e immutabile. Di tutte le oppressioni sistemiche, lo specismo è l’unica che ancora può essere giustificata pubblicamente tramite l’argomentazione che si tratti di qualcosa di “naturale”.

SCROFE IN RIVOLTA: L’IMPORTANZA DEL PUNTO DI VISTA

“ScrofeInRivolta” è un progetto di divulgazione online nato dal bisogno di affermare e diffondere un antispecismo che non si espliciti in moralistica conversione dei singoli individui al veganismo, bensì nell’affermazione dell’intrinseco legame tra oppressione animale e oppressione umana e, quindi, tra liberazione animale e liberazione umana. Pur nella consapevolezza che sia problematico e potenzialmente pericoloso ridurre differenti lotte in un’unica battaglia, sappiamo che l’antispecismo non può restare fuori da nessun movimento di liberazione e che nessun movimento di liberazione può restare fuori dall’antispecismo.

I primi argomenti di cui abbiamo sentito l’urgenza di occuparci hanno proprio a che fare con le interconnessioni con le altre lotte: ci era successo decine di volte che, parlando del nostro veganismo con qualcun*, quest* ci chiedesse se allora fossimo anche contro l’aborto. Abbiamo quindi riflettuto sulle connessioni tra le varie forme di dominio esercitate sui corpi, umani e non. Ci siamo chieste come il concetto di consenso si applicasse agli animali non umani. La nostra stessa militanza femminista, il nostro stesso essere donne ha reso il modo in cui guardiamo al veganismo diverso da quello di un uomo, non perché crediamo esista una differenza biologica che ci fa vedere le cose in maniera diversa, ma perché in quanto donne conosciamo quel dominio sui corpi perpetuato dalla nascita alla morte su quelli dei non umani. Più del 65% delle persone antispeciste si riconosce nel genere femminile[1], crediamo che questo non sia un caso, e non per ragioni differenzialiste. La lezione del veganismo nero[2] in questo senso è utile a comprendere quanto la situazione esistenziale di ognun* sia determinante nella definizione di un approccio alla questione animale. L’approccio dell’essere umano maschio, bianco abile – l’essere umano per eccellenza – è considerato lo standard, il giusto modo di guardare all’antispecismo; mentre tutti gli altri approcci sono spesso ritenuti delle forzate varianti volte a inquinare il tema con problematiche umane. Al contrario, il diverso modo che donne, persone disabili, persone nere hanno di guardare alla questione animale è una ricchezza da valorizzare.

Riconosciamo, tuttavia, che essere maschi e bianchi non esime dalla vegefobia e che quest’ultima è spesso associata all’omofobia. Il rifiuto di essere predatori in campo alimentare viene associato al rifiuto di esserlo anche in campo sessuale. Per questo abbiamo affrontato anche il legame tra maschilità e veganismo, incoraggiando gli uomini a sfruttare questa dinamica per avvicinarsi alle oppressioni che colpiscono le soggettività non conformi, invece di rifuggire immediatamente ogni accostamento all’omosessualità maschile, considerata troppo spesso da rigettare in toto in quanto umiliante per un vero maschio.

IL NOSTRO ANTISPECISMO, I NOSTRI OBIETTIVI

Vogliamo che pratiche orizzontali e di mutuo aiuto e crescita diventino la base dell’attivismo antispecista, che troppo spesso è fatto di persone di buona volontà che scendono in piazza con il solo obbiettivo di diffondere il veganismo, senza un quadro chiaro di obiettivi e breve e lungo termine.

Vogliamo che la teoria antispecista sia accessibile a tutt* e che ci si ricordi che tant* vegan* per questioni economiche o di classe non hanno la possibilità di accedere a un grande quantitativo di teoria, ma che avrebbero il diritto di farlo. La teoria e la prassi nel movimento antispecista dovrebbero procedere insieme, ma affinché sia possibile abbiamo bisogno che le persone antispeciste in primis riconoscano il proprio privilegio e lo utilizzino nel modo migliore.

Per questi motivi, in questa prima fase di vita, “ScrofeInRivolta” si è data tre obiettivi principali: la divulgazione della stretta relazione storica tra femminismo e antispecismo (quest’ultimo per una lunga fase è stato ante litteram, e quindi diverso da come lo intendiamo oggi, ma con i semi di quello che sarebbe poi diventato), la divulgazione della teoria antispecista, e la proposta di riflessioni personali nate sia dallo studio che dalla frequentazione dei territori delle pratiche dell’attivismo, che ci hanno permesso di notare certe criticità nell’ambiente antispecista e di riconoscerle attive anche in noi stesse. In particolare, crediamo che la presentazione del veganismo come applicazione pratica dell’antispecismo crei non pochi problemi e che impedisca agli altri movimenti di giustizia sociale di concepire l’antispecismo come una questione politica che riguarda la lotta a un’oppressione specifica[3]. Questo argomento è strettamente collegato a quello del saviorism – o complesso del salvatore – purtroppo imperante nel veganismo bianco mainstream. La possibilità che abbiamo di esprimerci per e a nome degli altri animali, in quanto questi ultimi non possono esprimere nel nostro stesso linguaggio obiezioni al nostro modo di allearci con loro, fa in modo che gli umani antispecisti mettano in atto pratiche che sovradeterminano gli animali per cui lottano e che li dipingano pietisticamente come “gli ultimi degli ultimi”, mancando di riconoscere il forte elemento di ribellione che accompagna la storia di ogni animale in ogni luogo atto a dominarlo. Riconoscersi complici e alleat* e non salvatori è la prima parte di un percorso che dovrebbe portarci ad assumere la stessa postura nei confronti di ogni altra lotta che non ci riguardi in prima persona, ed è quindi fondamentale se quello a cui miriamo è un mondo liberato. Non sono le persone eterosessuali a dover decidere come deve essere condotta la lotta delle persone omosessuali, non sono gli uomini a dover decidere quale sia il vero femminismo, non sono le persone bianche a dover decidere quali modalità devono adottare i movimenti antirazzisti. Allo stesso modo, per quanto sia complicato, non dovremmo essere noi umani a stabilire quali sono le esigenze degli animali non umani e come la loro lotta andrebbe portata avanti. La cosa più importante che possiamo fare è amplificare le loro voci tramite il racconto e la diffusione delle loro storie di resistenza. Che il veganismo non sia, quindi, il mezzo che usiamo per sentirci meglio con la nostra coscienza, ma un elemento dei tanti che disturbi la nostra quotidianità, ricordandoci che abbiamo il privilegio di essere umani e che abbiamo il dovere di usarlo a favore delle altre specie, insieme agli altri privilegi che i nostri corpi incarnano e che allo stesso modo vanno usati per schierarci contro ogni oppressione sistemica che attraversi la nostra società.

Internet è il posto dove il nostro veganismo prima e il nostro antispecismo poi sono nati, dove inizialmente abbiamo potuto trovare una risposta alle nostre domande, dove abbiamo capito che vivere senza utilizzare altri animali come mezzi è possibile e dove, successivamente, abbiamo potuto riconoscere che non si trattava di una scelta personale di umani particolarmente gentili nei confronti degli altri animali, ma di un’opposizione radicale all’oppressione. Speriamo che questo possa avvenire anche per altr*, e che il nostro progetto possa fare da ponte tra realtà antispeciste e altri movimenti di liberazione.

https://www.facebook.com/scrofeinrivolta

https://www.instagram.com/scrofeinrivolta


[1] Niccolò Bertuzzi, I movimenti animalisti in Italia. Strategie, politiche e pratiche di attivismo, Maltemi, Milano, 2018, p. 91.

[2] Aph Ko, Syl Ko, Aphro-ism: Essays on Pop Culture, Feminism, and Black Veganism from Two Sisters, Lantern Publishing & Media, New York, 2017, trad. it. di feminoska, Afro-ismo. Cultura pop, femminismo e veganismo nero, Vanda Edizioni, Milano, 2020, pp. 92-99.

[3] Marco Maurizi, L’antispecismo non esiste. Storia critica di un movimento fantasma, in Asinus Novus, 6 agosto 2012, https://asinusnovus.net/2012/08/06/lantispecismo-non-esiste-storia-critica-di-un-movimento-fantasma/, consultato il 21 ottobre 2020.

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